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Haiti - la ricostruzione

Gli aggiornamenti della stampa estera sul terremoto di Haiti
A distanza di mesi dal sisma che ha sconvolto Haiti, la stampa internazionale fornisce dati e cifre che ci danno la portata di questa tragedia: il sito internet del quotidiano francese “Le Monde” racconta di 200.000 morti, 1,3 milioni di senza tetto, 300.000 feriti, 313.000 case distrutte o inagibili, 1.300 scuole e 50 ospedali crollati. Le priorità sono sempre le stesse: acqua e cibo, ripari per chi ha perso la casa e dar la possibilità agli haitiani di proteggere i loro miseri beni. Il tutto aggravato dal fatto che la stagione delle piogge è cominciata e quella dei cicloni è imminente.

Una situazione di disagio che non si arresta. Il governo haitiano in collaborazione con la Banca Mondiale e l’ONU ha presentato un piano secondo il quale occorrono 11,5 miliardi di dollari per la ricostruzione nei prossimi 10 anni. Tuttavia si tratta di una stima preliminare in quanto si deve affrontare una situazione senza precedenti, amplificata dal fatto che il sisma ha colpito la regione più popolata del paese e il suo cuore economico ed amministrativo. Oltre a ciò verrà stilato un documento in cui si inseriranno norme di costruzione più severe, il miglioramento del sistema d’allerta ed evacuazione e un’attenzione particolare per l’ambiente dato che il 98% delle foreste è scomparso a causa del disboscamento selvaggio compiuto in passato.

“Le Monde“ riporta anche la dichiarazione rilasciata il 22 marzo scorso da Catherine Ashton, alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri, la quale afferma che i paesi dell’UE vogliono quasi raddoppiare le cifre promesse per la ricostruzione portandole da 600 milioni fino alla soglia del miliardo di euro.

Due testimonianze rilevanti: la prima viene dall‘associazione “Medici senza frontiere”, la quale mette in in risalto il tema della salute affinché sia garantito agli haitiani, fragili e duramente provati, l’accesso ad un sistema sanitario efficace e preparato.

La seconda proviene invece dal Comitato Cattolico contro la fame e per lo sviluppo, il quale auspica che questa tragedia permetta di gettare le basi per realizzare un vero e proprio “Piano Marshall” poiché i bisogni sono immensi e i progetti da concretizzare numerosi e onerosi. Una ricostruzione comunque da effettuare coinvolgendo in tutto e per tutto la società civile haitiana.

Il giornale transalpino, in un articolo del 30 marzo, cita la riflessione di Irina Bokova, direttrice generale dell’Unesco, la quale afferma che nella questione degli aiuti non si può trascurare la componente culturale: in mezzo alle macerie e alla sporcizia accumulata la vita ad Haiti continua e il popolo ha perso case ed affetti ma non la propria storia e la propria cultura nata dalle catene dello schiavismo e sviluppatasi attraverso una lunga e sfiancante lotta per la sopravvivenza. La direttrice racconta di un patrimonio culturale ricchissimo e di aver lanciato un appello alla comunità internazionale affinché protegga le opere d’arte dal rischio di furti e traffici illeciti. L’ONU sorveglia qualche sito ma occorre occuparsi dei musei, delle biblioteche danneggiate dal sisma ed è vitale mettere al sicuro opere e libri scampati miracolosamente ai crolli. Salvaguardare questo “tesoro”, salvaguardare il passato di Haiti permetterà di costruire il suo futuro! Durante la conferenza di New York l’UNESCO avanzerà la proposta di formare un comitato internazionale di coordinamento per la cultura haitiana sul modello di quelli creati per la Cambogia, l’Afghanistan e l’Iraq. Dovrà trattarsi di un laboratorio di idee con associazione di artisti, intellettuali, artigiani, attori nell’isola e nel mondo perché in un tessuto sociale così fragile e frammentato la cultura rappresenta un elemento di coesione anche per riallacciare il legame con la comunità di emigrati. Irina Bokova sottolinea inoltre che le industrie culturali (artigianato, arti dello spettacolo, turismo culturale) sono vitali nel rilancio dell’economia ed il bisogno materiale di ricostruzione non deve essere scisso dal bisogno esistenziale ovvero dal ritorno ad una vita normale nella quale cultura ed educazione sono prioritarie. Gli haitiani dovranno essere gli attori principali della loro rinascita e a tal proposito la direttrice dell’UNESCO lancia la seguente provocazione: ”L’ONU ha i suoi caschi blu; quante catastrofi occorreranno ancora prima di formare e poi dispiegare forze d’intervento culturali?”.

Del futuro di Haiti si parla anche in un altro articolo realizzato dal segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon che ha visitato il 23 marzo il campo di Petionville dove sono alloggiate 50000 persone; camminando qua e là l’alto funzionario ha notato che la vita continua, tra bambini che giocano, donne che fanno il bucato all’aperto e uomini che allestiscono mercatini dove si vende un po’ di tutto: cibo, frutta, carbone, scarpe e perfino lo shampoo. Egli racconta che il sole brilla alto in cielo ma quando arriverà la pioggia il terreno diventerà fangoso, pericoloso, sarà fonte di malattie e riporterà ognuno di questi abitanti alla dura e cruda realtà. L’eminente personalità ha poi fissato i punti cardine dai quali far ripartire la ricostruzione:

  1. Creazione di un governo democratico

  2. Trasparenza ed onestà dei dirigenti

  3. Elezioni libere e regolari sotto l’egida dell’ONU possibilmente entro fine anno

  4. Politiche per far fronte alla povertà e alle disuguaglianze sociali ripartendo in maniera equa la ricchezza del paese

  5. Nuovo contratto sociale per rendere autonome le donne agevolandole sia in ambito familiare sia in quello lavorativo

  6. Creazione di posti di lavoro

  7. Sviluppo economico di tutte le città e regioni del paese le quali devono beneficiare di infrastrutture che possano permettere loro una crescita costante ed equilibrata.

     

Egli è consapevole che in questo momento alla gente serve soprattutto un riparo, acqua, cibo e assistenza medica, però lo scopo finale è quello di offrire qualcosa di molto meno concreto ma infinitamente più durevole come la speranza!

Il quotidiano britannico “Times” attraverso il reportage del suo inviato, Martin Fletcher, datato 2 aprile 2010, sottolinea che sull’isola un lieve progresso c’è stato poiché montagne di rifiuti ed auto distrutte sono state tolte dalle strade principali e che, nonostante siano ancora ritrovati resti umani negli edifici crollati, il tanfo maleodorante dei corpi in decomposizione è scomparso. Però gran parte delle truppe USA si sono ritirate, gli elicotteri militari non volano più per controllare la situazione e centinaia di giornalisti hanno lasciato gli hotel in cui alloggiavano; l’attenzione e l’interesse dei primi giorni della tragedia va via via scemando e questo rappresenta un pericolo. Haiti è ancora un paese che ha disperatamente bisogno d’aiuto: Port au Prince è piena di gente ferita, amputata o con le stampelle e si registra un aumento vertiginoso di crimini: una nuova ondata di rapimenti di bambini, notizie dai campi d’accoglienza che parlano di violenze sessuali diffuse a scapito delle donne, uomini di mezza età che realizzano lauti profitti vendendo teloni impermeabili che erano stati distribuiti gratuitamente. L’impatto del terremoto è stato tremendo e parole come ordine, normalità o serenità appaiono lontane; tuttavia il debole governo haitiano vuole trasformare il disastro in un’opportunità, in un’occasione storica, ossia far perdere ad Haiti lo status di Paese del terzo mondo entro i prossimi 20 anni.

Un’ambizione notevole anche se Jean Max Bellerive, primo ministro, è piuttosto realistico, riassumendo il tutto in una dichiarazione che lascia poco spazio all’ottimismo: ”Il nostro obiettivo al momento non è fuggire dalla povertà ma scappare dalla miseria, così potremo tornare alla povertà!”.

Rum e rifugiati a parte, la più grossa esportazione di Haiti è l’arte, un’arte vibrante, fantastica, ricca di dipinti colorati, valutata migliaia e migliaia di dollari in Europa e negli Stati Uniti. L’isola caraibica ha sofferto, nel corso della sua storia, ogni tipo di avversità: dallo schiavismo alle guerre, dalle dittature brutali all’estrema indigenza, dalle inondazioni alle frane e nonostante ciò gli artisti trasformano questa disgraziata terra in un bucolico paradiso, pieno di persone gioiose e magiche creature. I tratti distintivi dei quadri sono la vivacità, la luminosità e i colori accesi.

Toni Monnin, un americano sposato con un’haitiana, dirige una delle più importanti gallerie d’arte del paese e conferma tutto ciò: ”Gli haitiani non amano rappresentare il lato più triste o duro della vita, perché la loro esistenza è già molto difficile! Essi non ignorano gli orrori ma non lasciano che questi si impossessino di loro e li condizionino profondamente. Il messaggio dominante è carico di fede, speranza e salvezza. Una caratteristica tipicamente haitiana è quella di continuare a vivere, di non piangersi addosso e di andare avanti nonostante tutto!”.

Mercoledì 31 marzo durante la conferenza internazionale a New York i Paesi donatori hanno promesso circa 10 miliardi per Haiti nel corso dei prossimi anni; Ban Ki Moon ha ringraziato per la generosità straordinaria, definendo questo incontro un “appuntamento con la storia”. Il denaro servirà in primo luogo a costruire degli alloggi e a fornire delle tende alle decine di migliaia di rifugiati che si preparano ad affrontare la stagione delle piogge in ricoveri di fortuna. L’Unione Europea si dimostra la più munifica avendo stanziato 1,6 miliardi di dollari seguita dagli USA con 1,1 miliardi, prontamente ringraziati dal presidente haitiano Renè Preval, il quale ha salutato con affetto anche i modesti contributi giunti dai piccoli Paesi come il Mali (200.000$) o il Montenegro (10.000$). Benché lo stato haitiano sia notoriamente debole accusato di corruzione, numerosi Paesi, tra cui anche gli States, hanno insistito affinché la ricostruzione sia diretta dagli stessi haitiani in maniera trasparente e coordinata; l’utilizzo dei fondi sarà comunque sorvegliata da un organismo facente capo ai Paesi donatori, dalla Banca Mondiale e da una commissione presieduta dall’ex presidente americano Bill Clinton.

Sono state fissate anche delle priorità:

1) Irrobustimento del settore agricolo

2) Consolidamento dello Stato

3) Realizzazione di infrastrutture e sviluppo dei poli urbani alla periferia di Port au Prince, per alleggerire la capitale di una parte della popolazione.


 

In questo clima di generale soddisfazione arriva la considerazione di Philippe Mathieu, portavoce dell’ONG Oxfam: ”Le promesse sono indubitabilmente generose ma non devono essere costituite da denaro riciclato preso a scapito di altre crisi umanitarie”, riportando alla memoria ciò che accadde dopo il passaggio nel 1998 dell’uragano Mitch che devastò diversi stati dell’America Centrale. Infatti in quella circostanza tragica meno di un terzo dei 9 miliardi di dollari promessi furono effettivamente versati!

Il capo missione ad Haiti della stessa ONG, Marcel Stoessel, sostiene che l’isola caraibica ha un’occasione irripetibile di aprire un nuovo capitolo della sua storia. Allo stesso tempo ritorna sui concetti espressi dal suo collega cioè che il denaro sia realmente dato e sia “nuovo”, cioè non detratto da fondi destinati a questo Stato prima del terremoto e non sottratto a fondi destinati ad altre realtà povere e disagiate. A tal proposito Stoessel cita l’esempio del 2004, quando, dopo lo tsunami nel Sud Est asiatico, era difficile reperire fondi da destinare ad altre urgenze nel mondo.

Oxfam ha condotto un’inchiesta interrogando circa 1700 abitanti locali per conoscere le loro esigenze e ne è scaturito un risultato che ha sorpreso gli stessi funzionari dell’ONG. Infatti le prime priorità sono risultate il lavoro per se stessi e l’istruzione per i propri figli; la seconda priorità è l’alloggio mentre al quarto posto si trova lo sviluppo della produzione nazionale. Occorre decentralizzare il paese favorendo lo sviluppo delle altre città e della campagna e di conseguenza della produzione agricola.

Ciò che serve adesso è che il flusso di denaro arrivi alla parte più fragile e vulnerabile del paese e non si disperda inutilmente; un ruolo fondamentale dovrà ricoprirlo lo stesso Stato cominciando ad essere più attivo e comunicando chiaramente con il suo popolo. D’altronde è compito delle stesse istituzioni locali farsi carico della ricostruzione, poiché soltanto loro conoscono quali sono i reali bisogni di questa misera terra.

Fonti consultate:

  1. www.lemonde.fr

  2. www.timesonline.co.uk