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Le psicoterapie diventeranno inutili?

Commento all’articolo sull’ansia tratto da “Il Venerdì di Repubblica” (n. 1175 del 24/09/10 p. 78), con l'intervista a Lucio Della Seta.

L'articolo sotto riportato illustra una tesi organicista, esposta da uno psicoterapeuta, uno psicoanalista junghiano. Che afferma che “le psicoterapie un giorno diventeranno inutili” e che “l'animo (la < > greca) non esiste”.

E Lucio Della Seta lo scriverà in un libro sull'ansia pronto a essere pubblicato da Mondadori, in cui ribalterà quello che lui stesso ha sostenuto per molto tempo e che ha illustrato 5 anni fa nel libro “Debellare il senso di colpa”, cioè che occorre curare il disagio partendo dai pensieri che lo provocano. Ora non sostiene che sia inutile curare l’origine delle idee che provocano l’ansia e il panico, ma che sia “molto più semplice sradicare ciò che genera l’ansia a livello materiale, fisico, curando dunque il corpo e non la mente”. Per questo motivo, lui, psicoanalista (e non medico), suggerisce cure farmacologiche che renderanno inutili le psicoterapie.

L'intervista sembra contenere punti discordanti non solo col pensiero di Della Seta di 5 anni fa, ma tra loro stessi: ad esempio afferma che “prima vengono le reazioni fisiche e solo dopo viene l’emozione” o che “è una questione di carne” o ancora che l'emozione “nasce nel corpo”, ma anche che è certo che “il problema [...] sta in quello che viene chiamato < >, ossia il pensiero che suscita la reazione di paura”.

O forse non c'è discordanza ma sfiducia verso la tecnica psicoterapeutica e verso il proprio ruolo quando afferma “non sono più nulla” (in risposta alla domanda se si ritiene uno psicoanalista junghiano), “curare il pensiero di pericolo non è affatto semplice. Nei miei cinquanta anni di psicoterapia sono riuscito completamente solo in due casi”, “è molto più semplice sradicare ciò che genera l’ansia a livello materiale, fisico, curando dunque il corpo e non la mente”.

Ma se può essere “più semplice” una cura farmacologica perché meno impegnativa per i pazienti e forse anche per i terapeuti, dichiarare che sia “più risolutiva” è in contraddizione con gli studi di Kandel e poi di Wykes (riportati sul nostro sito) che hanno dimostrato come “la psicoterapia è in grado di modificare l'attivazione di aree specifiche cerebrali” e quindi di produrre modificazioni cerebrali stabili, mentre i farmaci producono alterazioni nella trasmissione di neurotrasmettitori, quindi modificazioni temporanee.

Inoltre la reazione fisica potrà anche precedere l'emozione, ma affermare che l'emozione “nasce nel corpo” è in contraddizione con quanto lo stesso Della Seta e tutta la valida ricerca cognitivo – comportamentale affermano: il problema sta nei pensieri, che precedono e causano la reazione fisica (se non percepissimo pericolo e non pensassimo che siamo in pericolo, il cuore non batterebbe in modo accelerato e non avremmo paura).


 

Ecco l'articolo originale, da “Il Venerdì di Repubblica” (n. 1175 del 24/09/10 p. 78), con l'intervista a Lucio Della Seta.

Ansia

Ho lavorato una vita per capirla e ora so che è una questione di carne
Gli psicoterapeuti da sempre, hanno cercato di curare il disagio partendo dai pensieri che lo provocano. Anche Lucio della Seta, che però, dopo mezzo secolo di studi, è arrivato ad una conclusione opposta”.

di Matteo Nucci

Cinque anni fa Lucio Della Seta diede alle stampe un libro molto fortunato Debellare il senso di colpa. Contro l’ansia, contro la sofferenza psichica, pubblicato da Marsilio (pp. 175, euro 12), incontrò i gusti di un pubblico ben più ampio di quello degli specialisti e dei diretti interessati, tanto che oggi in libreria è facile trovarlo dietro fascette che ne gridano la nona edizione. La lingua chiara, le immagini nitide e i pensieri scorrevoli accompagnano il lettore dentro agli oscuri funzionamenti della psiche, per spingere alla rimozione di uno dei più comuni fra i fardelli che ci portiamo appresso e che a volte ci segnano inesorabilmente: il senso di colpa.

Non rinnega nulla di quelle teorie, oggi, Della Seta. Ma si prepara a pubblicare per Mondadori un libro in cui tenterà di risolvere il problema alla radice.

Le psicoterapie un giorno diventeranno inutili” dice lo psicoterapeuta che per venticinque anni ha lavorato in équipe con i neuropsichiatrici dell’Istituto Santa Rita di Roma. “Non che sia inutile curare l’origine delle idee che provocano l’ansia e il panico, come facevo in Debellare il senso di colpa. Ma è molto più semplice sradicare ciò che genera l’ansia a livello materiale, fisico, curando dunque il corpo e non la mente”.

Si deve procedere con cautela nella selva di complessità e luoghi comuni, rimozioni difficili da estirpare e deduzioni scientifiche che faticano ad affermarsi nella coscienza collettiva. Ottantacinque anni, le mani che si muovono tra i fogli, Della Seta non ha alcuna fretta. Apre fascicoli, mostra mappe, appunti, e soprattutto indica il disegno di un corpo umano, perché “tutto sta lì, altro che nella psiche”.

Cominciamo a capire che cosa sia l’ansia.

Si tratta di un’emozione. Assolutamente analoga alla paura. Solo che la paura è generata da qualcosa realmente esistente e l’ansia no. Quel che più importa, però, è che, come qualsiasi altra emozione, essa nasce nel corpo. Un dato di fatto che tuttavia è oggetto di una enorme rimozione collettiva.

Gli studiosi discordano?

Apparentemente no. Nei libri di fisiologia si legge chiaramente che prima vengono le reazioni fisiche e solo dopo viene l’emozione. Però il fatto che un’emozione sia radicata nel corpo disturba.

Perché l’emozione è considerata uno stato dell’animo.

Certo. Solo che l’animo non esiste e il corpo sì. Le cose sono molto semplici. Prima batte il cuore e dopo viene l’emozione. La reazione corporea viene percepita dalla coscienza che emette l’emozione. Però si ha l’idea che l’emozione perda di sacralità se viene legata al corpo.

Ci spieghi allora che cosa succede nel corpo, prima che si provi l’emozione dell’ansia.

Sono esattamente le stesse cose che capitano quando si prova l’emozione che chiamiamo paura. E’ quella che possiamo definire “reazione d’emergenza”. Una goccia di adrenalina parte dalle ghiandole surrenali, allarga i bronchi creando un vuoto in cui l’aria precipita, l’ossigeno entra nel sangue in gran quantità e il cuore inizia a pompare con fora per far circolare il sangue ossigenato. Sono i primi movimenti di una specie di tempesta che ha una spiegazione molto semplice”.

Ossia?

 

Il corpo si prepara in una frazione di secondo alla fuga o, in seconda istanza, alla lotta. E’ un sistema di difesa elaborato dal nostro organismo che ha una finalità chiara: dare energia. Pensi ai movimenti dell’intestino – un’altra delle forme in cui si manifesta la reazione d’emergenza. La digestione si blocca, perché non si possono disperdere energie. L’intestino si libera per eliminare qualsiasi peso che ostacoli la fuga...

Una reazione talmente nota che è entrata nel gergo volgare: farsela addosso...

Esatto. Ora però la questione è un’altra: quando un corpo reagisce ad una situazione di pericolo esistente, noi non proviamo ansia. Se ci troviamo di fronte ad un aggressore, fuggiamo e quel che il corpo ha preparato per noi ha un’utilità effettiva. Quando invece il pericolo non c’è, tutta questa tempesta neurovegetativa ci investe portandoci soltanto sensazioni sgradevoli, al limite della distruttività. La dilatazione dei bronchi la viviamo come una grave sensazione di soffocamento, l’aumento del ritmo cardiaco è la tachicardia che ci spinge alla sensazione di morte imminente e così via.

L’ansia, appunto.

Una parola che in definitiva nasce proprio da questa sensazione fisica di soffocamento. Sono convinto che abbia un’origine onomatopeica. In moltissime lingue il prefisso è lo stesso: ang- . Non c’è altra spiegazione: deriva dal suono che si emette nel momento in cui i bronchi si dilatano e noi abbiamo sete di aria.

Ma il problema, come diceva nel suo libro precedente, non sta in quello che viene chiamato “pensiero di pericolo”, ossia il pensiero che suscita la reazione di paura?

Certo. Ma curare il pensiero di pericolo non è affatto semplice. Nei miei cinquanta anni di psicoterapia sono riuscito completamente solo in due casi. Credo che invece curare il corpo sia davvero risolutivo.

Dunque la soluzione sta nel mettere a punto i farmaci giusti? Non è una sconfitta?

In parte sì, indubbiamente. Ma ci dev’essere anche una presa di coscienza culturale. L’ansia si potrà curare come una qualsiasi altra malattia, un dolore reumatico, ad esempio, e già solo la consapevolezza di questa potrà aiutare ad alleggerire il problema da soli. Se io so che cosa accade nel mio corpo e ne conosco le origini, posso trovare più facilmente strumenti di controllo alle mie reazioni.

E con ciò sarà davvero la fine delle psicoterapie?

Credo proprio di sì. Penso che un mondo senza ansia porti conseguenze gigantesche, di cui non possiamo ancora renderci conto. L’ansia esiste da migliaia di anni, dunque stentiamo ad immaginare che si possa sradicare. Ma ci dimentichiamo che nel corso dell’evoluzione l’essere umano ha preso tante forme diverse e tante altre ne prenderà.

Non le fa impressione? Lei era uno junghiano. E adesso?

Adesso non sono più nulla. Ne ho viste di tutti i colori. La mia consapevolezza dei problemi è cambiata nel tempo. Mi ricordo il primo paziente. Arrivò dicendomi che lavorava in banca dove tutti erano o fascisti o comunisti e siccome lui era di centro veniva perseguitato. Gli spiegai razionalmente come stavano le cose e lui se ne andò apparentemente tranquillo. Quando tornò mi disse: “Grazie dottore”. Io ebbi un moto di soddisfazione per essere riuscito ad aiutarlo. Ma lui continuò: “Dopo quello che mi ha detto sto molto meglio e quando torno a casa i canarini mi sorridono”...